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TESTIMONIANZE

 

LUCIO SANTARELLI: IL "PRESIDENTE"

Oltre all’influsso carismatico di don Fernando Morresi, ritengo che il legame di amicizia e di reciproca stima instaurato tra Lucio Santarelli e me, fra le mura e le scrivanie dell’INPS, sia stato uno dei fattori determinanti alla mia entrata nel Coro, alla bella età di 50 anni suonati.

La comune propensione per la musica in genere e per il canto corale in particolare costituiva un quid di estemporaneo da preferire alle consuete, assillanti incombenze d’ufficio. Un punto di complice intesa, al di là e al di fuori dei rapporti strettamente di lavoro.

Lucio era sempre in giro per la provincia a caccia di ditte insolventi, a controllare libri paga e matricola, a interrogare imprenditori e maestranze. Questo era il suo compito specifico. Mi pregava - ove possibile - di affidargli un itinerario verso l’interno, verso le prime propaggini dei Sibillini, per l’amore che nutriva per la montagna, non certo pari a quello per le zone del litorale adriatico.

Di solito nella giornata del sabato gli ispettori rimanevano all’interno della sede. Una volta assolti gli impegni di ufficio, approfittavano del periodico incontro per commentare i fatti della settimana, per aggiornarsi sulle rispettive vicende familiari, per compilare insieme la schedina del Totocalcio, per prendersi bellamente in giro ecc., come spesso accade in ogni comunità impiegatizia che si rispetti.

Lucio accettava con eleganza le ironie e gli sfottò dei colleghi sulla sua statura non certo svettante, sulla esagerata simpatia per i colori dell’Inter e la passione ben più definita per il canto; alcuni non perdevano occasione per “metterlo in mezzo”, canticchiando le parole del ritornello dell’ ”uva fogarina”, con un pizzico di maligno tono di sopraffazione... E Lucio stava allo scherzo, attaccando a mezza voce il controcanto.

Era questa una forma di autoironica intelligente replica, destinata a scoraggiare i tentativi di ulteriore derisione. Talvolta, quasi a smorzare una situazione di live disagio, mi aggregavo - qualora fosse necessario - all’accenno del motivetto folcloristico e Lucio mi ringraziava da lontano, con un’occhiata sorridente e buona.

Mi piace ricordarlo così, mi piace rimarcare la sua maniera di affrontare la quotidianità della vita, con apparente leggerezza, con l’innato senso di sdrammatizzare, con la capacità di allentare le tensioni e appianare i dissidi, anche i più insignificanti. Prerogative che aveva saputo trasferire, in veste di presidente, nella gestione dell’eterogeneo e a volte indisciplinato gruppo dei coristi del “Sibilla”.

Pasqua 1984: risento il suo abbraccio fraterno, al rientro dalla memorabile faticosa trasferta in Polonia. I suoi occhi buoni si riempirono di lacrime: un pianto liberatore, dopo giorni di responsabile tensione emotiva.

Lo rivedo, in un’afosa giornata dell’estate 1987, a P......, dove eravamo stati invitati per un concerto. Gustava con voluttà, insieme all’attivissimo segretario Graziano, un enorme variegato cono gelato: questa era una ghiotta debolezza cui non sapeva rinunciare.

In precedenza si era arrabbiato oltre misura (cosa del tutto eccezionale) con gli organizzatori abruzzesi i quali, in sostituzione del compenso in denaro, avevano promesso un succulento pranzo collettivo a base di manicaretti e specialità del posto.

Così non era stato, anzi ci avevano ammannito un trattamento da self-service, con una misera porzione di pollo arrosto e patatine di contorno. Lucio, più che altro, si era indignato per l’atteggiamento di spocchiosa sufficienza con la quale eravamo stati accolti.

Poteva anche tollerare qualche pecca organizzativa, ma esigeva un assoluto rispetto della persona e della dignità dei coristi, rimasti, nell’occasione, chiaramente delusi.

Lucio moriva esattamente una settimana dopo questo episodio. All’improvviso, nelle prime ore del pomeriggio mentre stava godendo della meritata siesta.

Eravamo stati insieme in ufficio, fino all’ora di chiusura, a parlare dei problemi che negli ultimi tempi lo assillavano e mi aveva fatto intendere, con l’innato pudore e delicatezza, di aver bisogno di una parola di comprensione, di un cenno di sincero incoraggiamento.

Rivedo adesso, a distanza di tanti anni, il suo sguardo azzurro e limpido fedelmente riprodotto negli occhioni innocenti dei nipoti, che avrebbero fatto la gioia di questo nonno speciale, affettuoso e apprensivo a un tempo. E mentalmente recito per lui una preghiera.

Goffredo Giachini

 

 DON FERNANDO:IL "DIRETTORE"

Ciò che vi racconto è accaduto pochi mesi prima che Don Fernando si ricoverasse all’ospedale per iniziare la sua ascesa verso la vetta più difficile e dolorosa della malattia.

Come al solito, si era ricordato all’ultimo momento di una riunione del Direttivo Nazionale dei Pueri Cantores a Bologna, nello stesso giorno in cui si sarebbero dovute tenere le prove del Coro Sibilla. Mi telefonò, esponendomi il problema e pregandomi di portarlo a Bologna con la mia auto, per tornare immediatamente a Macerata in modo da non mancare alle prove del Coro. Premetto che l’indomani sarei dovuto andare al lavoro e non vi sto a dire il da fare della serata per trovare qualche collega che mi rimpiazzasse al mio reparto nel turno mattutino!

Partimmo in mattinata alla volta di Bologna, ci fermammo per il pranzo a Castel Bolognese per giungere puntuali alle ore 14,00 sul luogo della riunione. Non saprò mai per quale motivo, d’altra parte non ero nella sua testa, non volle che assistessi alla riunione, perché mi congedò dandomi appuntamento per le ore 17,00.

Alla fine della riunione mi presentò i componenti del Direttivo, poi partimmo per Macerata dove giungemmo puntuali ..... anche se a stomaco vuoto, per le prove senili! Ricordo questo episodio per far capire quale fosse la sua forza d'animo e l'attaccamento per i suoi due Cori, quali "figli" che non doveva e non voleva mai trascurare.

Gianni Crucianelli

 

GLI AMICI DEL CORO

Previsto dal nuovo Statuto e voluto dai dirigenti di qualche anno fa, è nato un nuovo organismo in seno alla famiglia del Coro Sibilla, "GLI AMICI DEL CORO SIBILLA". Tutti possono farne parte, tutti possono con la loro amicizia e con il loro sostegno incoraggiare ed assecondare le numerose attività che vengono programmate, anche perché ai coristi è di grande aiuto sentire intorno a sé persone amiche che li seguono e che ne condividono l'amore del canto.

Vi sono tante difficoltà nel portare avanti la vita di un gruppo, anche se 25 anni ne hanno cementato l'insieme: talvolta problemi di armonia, tal'altra difficoltà di dialogo, spesso esigenze di reperire fondi per programmare scambi regionali, nazionali o con cori esteri.

Chi scrive è uno di questi "Amici del Coro Sibilla". Sono molto legato al Coro perchè sono stato un corista, ma anche perché desidero che questo patrimonio umano, unito dalla passione per il canto, possa continuare nel tempo le sue attività.

Nel gruppo vi sono anche diverse signore che, amanti della cucina e consapevoli del bisogno di assicurare un gradevole soggiorno agli ospiti del Coro, preparano i pranzi e le cene con tanta disponibilità e fantasia.

Ognuno dà quel che può, ricevendo in cambio la possibilità dì seguire il Coro nelle trasferte, grazie alla tessera annuale di "Amici del Coro".

Pertanto, anche tu che stai leggendo queste righe puoi essere uno di questi, basta essere innamorati del canto corale, inteso come espressione della gioia di vivere e capacità di comunicare agli altri sensazioni e messaggi utili al nostro vivere quotidiano.

Maurizio Monachesi

 

DAL DIRETTORE DEI "PUERI CANTORES"

Entrai a far parte del Coro Sibilla nell'autunno del 1983.

Accadeva spesso, in quegli anni, che i Pueri, oltrepassata la soglia della "maggiore età", aderissero anche a questo gruppo, che rappresentava una sorta di naturale completamento dell'attività svolta dal primo: da una parte la severa compostezza del canto polifonico sacro, dall'altra la spontaneità gioiosa delle melodie popolari; di là il latino, di qua il dialetto, per lo più veneto o friulano, ma anche marchigiano.

In mezzo, unico, vero trait d’union, c'era Don Fernando, che con il suo grande spirito, oltre che con la tecnica, sapeva ben unire questi due mondi, altrimenti assai diversi o addirittura opposti, quantomeno da un punto di vista strettamente musicale.

Il gruppo era in quel momento particolarmente numeroso e sicuramente ben preparato, tanto che riuscì in una "impresa" allora certo non comune per un coro cosiddetto "di montagna", vale a dire quella di portare il canto popolare italiano fino nella lontana Danzica, nella Pasqua del 1984.

La mia partecipazione al coro come cantore, peraltro, terminò di lì a poco, a causa degli aumentati impegni di studio.

Seguì, inaspettata e fulminea, la malattia di Don Fernando, che ci colse tutti impreparati e increduli, tanto sembra va pazzesca e ingiusta. Il coro Sibilla dava inizio, proprio in quei giorni, alle celebra/ioni per il proprio decimo anniversario di fondazione, accogliendo, all'Aula Magna dell'Università, i grandi Crodaioli, i "miti" tante volte ascoltati nei dischi e ammirati dallo stesso Don Fernando per la poesia e la forte carica di novità contenuta nei loro brani.

Don Fernando "strappò" un permesso ai dottori dell'Ospedale, presso cui era ricoverato ormai quasi da un mese, per poter essere presente a quel grande evento ma non poté purtroppo fare altrettanto il giorno dopo, per la messa è il saluto finale agli amici di Arzignano.

Toccò così al sottoscritto fare le veci del maestro e guidare, con mano in verità assai "tremante", il coro in una improvvisata esibizione di fronte agli ospiti vicentini e al loro direttore, il celebre Bepi De Marzi.

L'occasione, pur nella sua informalità, era unica e tutti cercammo di dare il nostro meglio.

Lo "Zibaldone degli Alpini", arrangiato proprio da Don Fernando, suscitò vigorosi applausi dai cantori di Arzignano e Bepi ci riservò graditi complimenti, preziosi consigli e confortanti incoraggiamenti.

In qualche altra occasione ebbi ancora modo di sostituire Don Fernando durante la sua malattia (ricordo una messa degli Alpini alla chiesa di San Francesco, qualche prova), ma, pur rimanendo intatta la mia simpatia per il Coro Sibilla, i Pueri chiedevano un impegno che non era condivisibile con altri dello stesso genere.

Ho comunque sempre continuato anche dopo la morte del nostro caro maestro a seguire, nei limiti del consentito, le vicende e le esibizioni del coro, le une e le altre alterne come per tutte le associazioni.

Oggi, al compimento del venticinquesimo anniversario di fondazione, il coro Sibilla rappresenta un punto di riferimento per il canto corale popolare, non solo nella nostra regione, e il raggiungimento di questo traguardo premia tutti coloro che hanno saputo affrontare i vari impegni, non solo musicali, con tenacia e dedizione.

Ai cantori di oggi (molti dei quali sono peraltro . . . quelli di ieri) auguro di poter mantenere viva e attuale la grande eredità lasciata dal fondatore e in particolare di conservare intatto lo spirito di amicizia, cordialità, accoglienza, simpatia che ha saputo donarci.

Ad majora!

M. Gian Luca Paolucci

 

POESIA

 
Punduali simo ‘rriati a le nove de sera,
dopo ‘na menz’oretta ‘imo cumingiatu
sotto ‘na dicina de microfuni ‘imo vandatu,
pe’ fa’ bè ‘imo fattu ‘na cena leggera.

 

            Durante la registrazio’, tutti zitti:
            non ze putia zipà, ‘rride, tuscì, rascià.
            Tutti fermi ‘nbalati senza snazzicà
            sennò, da lu pavimendu vinia li rumuritti.

 

Ma se sindia subbitu che se candava de gustu;
anghe se simo jiti via tardi ‘mbo’ stralunati,
co’ li piedi, li jinocchi, la schiena sdirinati.
Però, pe’ fa’ lu C.D. adera lu momendu justu.

 

            Lu vendicinguesimu da quanno simo nati,
            più lu primu discu, nostru, inauguratu
            pe’ lu novu millenniu appena cumingiatu,
            tutti fieri e filici d’essere ‘rriati.

 

Pe’ tajà’ un traguardu cuscì ‘mbortande
ce vòle, de sicuru, l’armonia musicale,
ma l’intesa tra nuandri adè essenziale,
senza non ze po’ fa’ gnende de gnende.

 

            Lu maestru e trendacingue curisti,
            co’ l’amore pe’ lu candu e la cunvinzione,
            non simo più l’armata Brangaleone
            ma dicisi a dovendà veri prutagunisti.

 

Salute e longa vita a lu Sivilla
che ogghi canda vè e più non strilla!

 

U. Riganelli

 

BEPI DE MARZI ED I CRODAIOLI

Ricordo. Ricordo bene il giorno dopo.

Dei concerti mi rimane dentro la fatica e la tensione mai stemperata, anche se si canta da tanto e tanto tempo. “Capiranno che non cantiamo solo per il gusto di cantare?”, mi domando sempre.

C’è soprattutto, la voglia di raccontare, di far pensare con l’armonia delle confidenze, con i suoni di casa portati lontano, a chi non conosce le nostre valli, i nostri suoni quotidiani, le nostre storie.

Ricordo, sì, l’Aula Magna dell’Università, e l’impressione rassicurante di solennità profonde, di saggezze e di sapienze sempre rinnovate tra il mare e le montagne.

E il pallore di don Fernando, la sua apparente riservatezza, la sua forza nel comunicare. La sua passione.

Ma ecco il giorno dopo, a pranzo, fuori città, tra le colline già incantate dall’autunno. La vostra travolgente amicizia espressa nella felicità e la nostra meraviglia: voi siete molto più liberi di noi: voi non rimarrete mai invischiati nella vergogna del troppo denaro che ha trasformato il Veneto in una terra di formiche guerriere imbestialite dall’intolleranza.

Voi, immagino, non esprimerete mai le grottesche rivendicazioni di indipendenza e di “libertà” che oggi ci rendono ridicoli davanti al mondo. La vostra terra è colorata di buonsenso, dentro la naturale evoluzione delle cose, anche con l’indispensabile alternanza delle responsabilità.

Mi pare, dunque, che fosse una scuola, o un istituto.

Forse il seminario? Era lungo una valle serena; e pian piano veniva sera.

Alla partenza, Lucio Santarelli ci spiegò il luogo dando i nomi alle montagne lontane, ai campanili, alle pieghe delle colline, a ogni foglia nel vento che, vibrando nell’anima, consolava gli abbracci e le parole di saluto.

E non siamo più ritornati.

Ora siete arrivati ai venticinque anni di bellissime cantate. Facciamo festa con voi.

E tenete nel cuore il nostro ultimo canto, pensato quassù in questi giorni, un canto che dice della difficile speranza e della mai perduta voglia di cantare.

Arzignano, febbraio 2001

Bepi de Marzi

 

Questa lettera dell’indimenticabile ed ineffabile Bepi De Marzi è per il Coro Sibilla una delle più belle canzoni sgorgate dal suo cuore di poeta e di artista della natura, che dà voce alle cose semplici in un’armonia degna delle cose più grandi.